L’8 e 9 giugno saremo chiamati a votare per i 4 quesiti referendari “sul lavoro” promossi dalla CGIL.
I QUESITI – Sui quesiti occorre innanzitutto fare un pò di chiarezza.
Il primo quesito propone, nelle imprese con più di 15 dipendenti, di abrogare le deboli sanzioni in caso di licenziamento nullo, ingiustificato o illegittimo introdotte dal Governo Renzi con il “Job’s Act” nel 2015, per ritornare alla disciplina sanzionatoria che era stata introdotta nel 2012 dal Governo Monti.
La “Riforma Fornero”, a cui si ritornerebbe, è sicuramente migliorativa rispetto il “Job’s Act” ma aveva anch’essa profondamente ridotto le possibilità di reintegro dei lavoratori in caso di licenziamento illegittimo.
Non vi sarà quindi un ritorno all’originale disciplina sanzionatoria forte prevista dall’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori del 1970, che era ciò che agiva da reale deterrrente contro i soprusi delle aziende.
Il secondo quesito propone di eliminare, nelle imprese sotto i 15 dipendenti, i massimali economici di risarcimento in caso di licenziamento ingiustificato (oggi previsti a 6,5 mensilità). Saranno quindi i giudici a dover stabilire l’indennizzo equo per il lavoratore, tenendo conto di: anzianità di servizio, dimensioni aziendali e comportamento delle parti. Ciò però non significa automaticamente che i giudici determineranno indennizzi onerosi per l’azienda condannata: sempre più spesso vediamo tribunali che condannano le aziende a indennizzi minimi, mentre colpiscono i lavoratori con decine di migliaia di euro di spese processuali. Inoltre, il datore di lavoro continuerà comunque ad essere libero di non reintegrare il lavoratore colpito da licenziamento ingiustificato.
Il terzo quesito eliminerebbe il sistema dei contratti a termine “acausali” disponendo la possibilità di rinnovare i contratti a termine solo nei casi previsti dai CCNL oppure per sostituzione di altri lavoratori. Due osservazioni: il quesito non interviene in merito alla durata esagerata consentita per rinnovare i contratti precari: infatti le aziende potranno continuare a fare un contratto di assunzione più quattro proroghe, entro un periodo massimo di 2 anni (come previsto dal Decreto Lavoro del Governo Meloni).
La seconda osservazione riguarda le causali per la proroga dei contratti a termine: lasciarne la definizione ai soli CCNL (che sono centinaia) significa differenziare fortemente le discipline tra i lavoratori dei vari settori, creando incertezza. Inoltre, la maggior parte dei CCNL non codifica neanche queste causali, aprendo al rischio che l’azienda le possa individuare autonomamente imponendole al dipendente.
Le causali dovrebbero essere poche, precise ed uguali per tutti, ma questo non può essere disposto con un referendum che ha solo funzione abrogativa.
Il quarto quesito, mira ad estendere la responsabilità del committente, appaltante lavori o servizi, per i danni derivanti dagli infortuni sul lavoro subìti dai dipendenti dell’appaltatore e di ciascun subappaltatore oltre la quota indennizzata dall’Inail.
SUL METODO DEL REFERENDUM – Il referendum è uno strumento rischioso per i lavoratori, perchè chiama a votare tutti i cittadini, anche quelli non interessati da queste modifiche. Nel corso della storia del nostro paese sono stati diversi i referendum persi dalla classe lavoratrice: nel 1985 vennero avvalorati i tagli alla Scala Mobile del Governo Craxi; nel 1995 vari quesiti referendari cancellarono il pagamento delle deleghe sindacali e modificarono la disciplina per la nomina dei rappresentanti sindacali in azienda, diventando entrambi privilegio esclusivo dei sindacati che firmano i CCNL. Per non parlare poi della scarsa partecipazione degli elettori, che negli ultimi anni ha portato più referendum a non raggiungere neanche il quorum di validità.
Ci chiediamo perchè CGIL e UIL non abbiano voluto invece continuare, ed anzi intensificare, il percorso di mobilitazione iniziato il 29 novembre scorso, che li aveva visti dichiarare, dopo molti anni di silenzio, uno sciopero generale di tutta la giornata convergendo sulla stessa giornata del sindacalismo di base.
Ma di quella “rivolta sociale” promessa, è rimasta solo la X da tracciare con una matita su un foglio.
Probabilmente, tutto l’intreccio consociativo costruito in questi ultimi decenni con Governi e Associazioni Datoriali, fatto di protocolli concertativi, CAF, Enti Bilaterali, Fondi speculativi sanitari e previdenziali, privilegi per i firmatari dei CCNL, rende CGIL e UIL quanto meno “timidi” sulla possibilità di aprire una vertenza più ampia per cercare di mettere un freno al continuo aumento della precarietà e alla perdita di salario, di cui anch’essi sono stati responsabili.
Delegare il futuro dei lavoratori di questo paese al solo votare “SI” ai quattro quesiti referendari del prossimo giurno – i cui contenuti non sono neanche esaltanti -, è un errore. Bisogna anche rilanciare una piattaforma rivendicativa e una proposta di mobilitazione nei luoghi di lavoro che chieda:
- Aumenti salariali di 300 € immediati e ripristino della Scala Mobile.
- Cancellazione del Job’s Act e della Riforma Fornero per il ripristino dell’originale Art. 18.
- Cancellare i contratti precari, internalizzazione gli appalti, ripristino di un Reddito Minimo Garantito.
- No al riarmo europeo. Sì agli investimenti per le case popolari, la scuola, i trasporti e la sanità pubblica.
- Per una legge democratica sulla rappresentanza sindacale nei luoghi di lavoro.