IL PROTOCOLLO DEL 1992 – LA POLITICA DEI REDDITI E L’ATTACCO AI SALARI
Il 31 Luglio del 1992, l’allora Governo Amato, le associazioni datoriali e i sindacati CGIL – CISL – UIL sottoscrissero un protocollo che avviò la fase della “Concertazione Sociale”, ovvero un sistema di relazioni negoziali centralizzate, con cui per circa trent’anni vennero regolate le più importanti questioni attinenti alla politica economica, sociale e alla contrattazione collettiva.
L’obiettivo esplicitato era quello di contenere il crescente costo del lavoro – leggasi calmierare i salari – al fine di rafforzare la competitività delle imprese ed abbattere l’inflazione, così da ricondurla nei parametri richiesti dal Trattato di Maastricht.
La cosiddetta “politica dei redditi” decretò infatti la definitiva cessazione della Scala Mobile – ovvero quel sistema di indicizzazione automatica dei salari all’andamento del costo della vita e che con il suo “punto unico” (aumenti uguali per tutti i lavoratori) era stata una delle più importanti conquiste dello lotte operaie degli anni ’60-’70 – e aprì alla necessità di individuare nuovi rapporti di lavoro “innovativi e flessibili” – leggasi precarietà.
Questo accordo non fu un fulmine a ciel sereno, ma si inseriva in un percorso ormai più che decennale, in cui anche le principali confederazioni sindacali avevano avvalorato la necessità di intervenire con politiche di austerità sulla crescita dei salari dei lavoratori: come non ricordare la “Svolta dell’EUR” del 1977 o la famosa intervista dell’anno successivo di Luciano Lama “I sacrifici che chiediamo agli operai”; per non parlare dell’Accordo Separato e del successivo Decreto di San Valentino nel 1984, che iniziarono il taglio della Scala Mobile.
L’ACCORDO INTERCONFEDERALE DEL 1993 – UN NUOVO MODELLO DI RELAZIONI CONTRATTUALI E DI RAPPRESENTANZA SINDACALE
Il 23 Luglio del 1993 venne sottoscritto un altro accordo – con il Governo Ciampi – in cui si confermava che la “politica dei redditi” fosse uno strumento indispensabile per garantire equità, sviluppo economico, crescita occupazionale, favorendo una maggiore competitività delle imprese.
In esso si stabilì che, da quel momento, l’aumento dei salari sarebbe stato determinato solo tramite la contrattazione collettiva, articolata su due livelli: uno nazionale di categoria; un secondo aziendale.
I contratti nazionali di categoria (CCNL) della durata di 4 anni, avrebbero dovuto prevedere ad ogni rinnovo, per i dipendenti del settore, un aumento salariale coerente con i tassi di inflazione programmata. Dopo i primi due anni, le parti si sarebbero dovute re-incontrare per adeguare gli stipendi, qualora l’inflazione effettiva fosse stata superiore.
Gli aumenti legati alla contrattazione aziendale – di secondo livello – venivano invece legati al raggiungimento di obiettivi finalizzati all’incremento della produttività e della competitività delle imprese.
La contrattazione dei salari veniva dunque intrappolata nella cornice della “politica dei redditi” ed il sindacato perdeva definitivamente il potere di negoziare in maniera libera e autonoma il salario, trasformandolo in una “variabile dipendente” dalle politiche di salvaguardia del capitalismo, dai suoi squilibri di bilancio e dalla crescita dei profitti delle imprese.
Per garantire la tenuta di questo “sistema” di austerità, e la sua corretta traduzione nei contratti collettivi, il ruolo di CGIL – CISL – UIL era fondamentale.
L’accordo metteva, infatti, la croce sui Consigli Unitari dei Delegati (o Consigli di Fabbrica) che, essendo stati una grande esperienza di democrazia consiliare, portatori di rivendicazioni egualitarie (finanche anticapitalistiche) ed almeno formalmente autonomi dalle strutture sindacali, erano considerati troppo poco controllabili.
Al loro posto vennero introdotte le Rappresentanze Sindacali Unitarie (RSU), veri e propri terminali di CGIL – CISL – UIL. Elette per solo 2/3, il 1/3 restate veniva nominato direttamente dalla Triplice così da poterne controllare agevolmente la maggioranza, potevano partecipare alla contrattazione purchè affiancate da rappresentanti esterni dei sindacati confederali.
È proprio in questo clima di feroce attacco alle condizioni materiali di vita dei lavoratori e di smantellamento degli istituti di democrazia nelle aziende che iniziarono a nascere ed a diffondersi le esperienze di sindacalismo di base, a seguito anche di processi ed espulsioni di dirigenti e delegati non allineati nelle tre confederazioni (1).
LA PERDITA DI CREDIBILITÀ DEL SINDACATO E IL CROLLO DEI SALARI
Un’ulteriore contropartita consegnata dal Governo ai sindacati fu l’introduzione dei Centri di Assistenza Fiscale (CAF), con cui i sindacati potevano gestire le dichiarazioni dei redditi dei lavoratori, ottenendo rimborsi economici dallo Stato ed incassandone dal lavoratore/cliente.
Il sindacato italiano ha quindi, in poco tempo, subìto un pesante snaturamento rispetto alla sua pratica precedente: non solo è diventato partner subalterno nella definizione concertata a livello centrale delle politiche di austerity e macelleria sociale; non solo si è fatto garante di tradurre tali indirizzi in aspetti normativi nei contratti collettivi di lavoro, perdendo sempre di più contatto con le istanze provenienti dai lavoratori e silenziando anche duramente iniziative di dissenso; ma ha anche iniziato ad investire sempre di più nella creazione di grandi strutture societarie di erogazione di servizi alla cittadinanza, che ben poco hanno a che vedere con il ruolo che gli competerebbe.
Il tasso di adesione del 30% di lavoratori ai sindacati italiani non è retto dalla costruzione di collettivi di lavoratori sindacalizzati nelle aziende, ma dalla massa di persone che si riversano nelle sedi sindacali per fare le dichiarazioni dei redditi e per chiedere pratiche assistenziali varie.
Dal 1995 in poi, inoltre, un fallimentare Referendum ha promosso una disastrosa riscrittura dell’articolo dello Statuto dei Lavoratori concernente la rappresentanza sindacale. Oggi esistono infatti due istituti di rappresentanza nei luoghi di lavoro in Italia: 1) le Rappresentanze Sindacali Aziendali (RSA), che possono essere nominate soltanto dalle organizzazioni sindacali firmatarie dei contratti collettivi, ovvero CGIL – CISL – UIL proprio in virtù della titolarità della contrattazione concessagli dai datori di lavoro nei protocolli di cui sopra per garantire la tenuta della “Concertazione Sociale”.
2) Le già citate RSU, istituite con l’Accordo Interconfederale del ’93, la cui convocazione delle consultazioni elettorali è una prerogativa quasi esclusiva delle segreterie di CGIL – CISL – UIL. A queste elezioni possono partecipare anche altri sindacati, purchè raccolgano il 5% delle firme tra i dipendenti dell’azienda.
Dal momento che, tramite di esse, i sindacati di base erano comunque riusciti a diffondersi in molte aziende, oggi CGIL CISL UIL le hanno fatte cadere quasi in disuso, indicendo le elezioni solo in grandi aziende o comunque laddove sicuri di poterle stra-vincere.
In pochi decenni, abbiamo assistito ad un progressivo indebolimento del radicamento, dell’attività rivendicativa e quindi della credibilità del sindacato.
Un dato sintomatico è che solo il 4% delle imprese applica un contratto di secondo livello (2), che ben dimostra l’inesistente politica rivendicativa portata avanti dalle attuali rappresentanze nei luoghi di lavoro.
Un altro aspetto, è rappresentato dal fatto che – come riconosciuto anche dal rapporto del CNEL sul “Salario Minimo” dell’ottobre 2023 – sempre più importanti quote dei cosiddetti “aumenti contrattuali” non sono andate ad incidere sulla paga base degli stipendi, ma sono state dirottate ad ingrassare Enti Bilaterali e fondi sanitari e di previdenza complementare, cioè società private nei cui consigli di amministrazione siedono assieme rappresentanti di CGIL – CISL – UIL e associazioni datoriali.
Inoltre, l’assenza di mobilitazione dei lavoratori in tutti i settori ha causato importanti fasi di stasi contrattuale, per cui non solo i salari contrattati sulla base dell’inflazione programmata non venivano poi adeguati all’inflazione reale (quasi sempre superiore), ma persino i CCNL scaduti non venivano rinnovati per anni, anche decenni, comportando ingenti perdite salariali rispetto all’aumento del costo della vita.
Paradossalmente, nonostante i periodi di stasi contrattuale per i rinnovi dei CCNL economicamente più rilevanti, il numero del CCNL esistenti è esploso, nel CNEL ne risultano depositati oltre 1000, la maggior parte dei quali stipulati per favorire un maggiore contrazione del costo del lavoro, con la nascita di accordi sempre più peggiorativi in termini economici e normativi, particolarmente diffusi nei settori del terziario, dei servizi e negli appalti (3).
La conseguenza più evidente della “politica dei redditi” è stata quindi un ingente spostamento della ricchezza in favore dei redditi da capitale, aumentati di più di 15 punti percentuali in quarant’anni (4), mentre il valore medio dei salari in Italia a fine 2020, secondo il famoso report dell’Ocse, crollava del – 2,9% rispetto al 1990: una condizione impietosa se paragonata agli altri paesi con economie avanzate.
LA CONCERTAZIONE SOCIALE È MORTA
Della perdita di influenza del sindacato se ne sono accorti anche le aziende e il Governo. Nel 2014, infatti, per voce del Governo Renzi, la Concertazione Sociale è stata dichiarata defunta.
Quello scambio tra le parti, funzionale ad assorbire ed evitare il conflitto, non sarebbe più servito, perchè di possibile conflitto sociale non ce ne sarebbe più stato.
A testimoniarlo c’erano due fatti. Innanzitutto, la sottoscrizione di un nuovo Testo Unico sulla Rappresentanza che estendeva nelle relazioni industriali del settore privato il modello dell’ “esigibilità degli accordi” già sperimentato da Marchionne alla FCA.
La titolarità della contrattazione collettiva sarebbe rimasta in capo a CGIL – CISL – UIL purchè accettassero la sanzionabilità del sindacato, qualora mettesse in discussione gli accordi sottoscritti. Solo la FIOM si dichiarò inizialmente contraria, salvo poi rientrare nei ranghi, quando rischiò che Federmeccanica la sbattesse fuori dai tavoli per il rinnovo del CCNL, facendogli perdere la possibilità di nominare le RSA nelle aziende.
Inoltre, con l’introduzione dell’obbligo di pareggio di bilancio in Costituzione si ponevano precisi vincoli alla spesa pubblica e le nuove pesanti contro-riforme del mercato del lavoro, dalla Fornero al Jobs Act, vennero disposte unilateralmente dai Governi senza accordarsi con le organizzazioni sindacali, che salvo qualche timida dichiarazione alla stampa non mossero praticamente un dito.
Da quel momento ad oggi, la situazione della relazioni industriali è rimasta praticamente invariata. CGIL – CISL – UIL vengono sempre più raramente convocate per ricevere semplici comunicazioni sulle riforme che i Governi hanno già deciso di adottare.
Ciò che, però, sta cambiando negli ultimi tempi è l’atteggiamento delle tre Confederazioni rispetto al tema della rappresentanza, posto il rendersi conto di non riuscire più ad esercitare l’influenza del passato, né ai tavoli ministeriali né a quelli con le associazioni datoriali.
La CISL ha da tempo elaborato una proposta di legge sulla cogestione, con l’obiettivo di far perdere al sindacato l’ultimo grado di autonomia rimastogli e per entrare a pieno diritto nei consigli di amministrazione delle aziende.
La CGIL e la UIL hanno iniziato a sbandierare la necessità di una legge sulla rappresentanza sindacale, che misuri l’effettiva rappresentatività dei sindacati e determini chi sia legittimato a partecipare ai tavoli di negoziazione, senza però aver ancora elaborato alcuna proposta concreta.
È un cambio di linea di non poco conto, perchè – fino ad oggi – le tre Confederazioni erano considerate le “Comparativamente più rappresentative” senza alcuna misurazione effettiva, ma semplicemente perchè riconosciute come controparti contrattuali ai tavoli negoziali da Governo e Associazioni Datoriali.
Oggi, questa certezza rischia di venir meno e ne sono sintomo le sempre crescenti difficoltà che vive la Triplice nell’avvio delle trattative per il rinnovo dei CCNL, la totale assenza di contrattazione di secondo livello nelle aziende ed infine anche l’atteggiamento dell’attuale Governo Meloni, che sembra essere allergico anche al solo dialogo sociale, motivo per cui a fine 2023 CGIL e UIL lanciarono uno sciopero generale di 4 ore differenziato sui territori, con risultati in termini di adesione quantomeno deludenti.
UNA LEGGE DEMOCRATICA SULLA RAPPRESENTANZA SINDACALE PER RILANCIARE LA CONTRATTAZIONE COLLETTIVA, CONTRASTARE L’EMERGENZA SALARIALE E LA CRISI DI CREDIBILITÀ DEL SINDACATO
Come Confederazione Unitaria di Base (CUB), nasciamo proprio a seguito delle espulsioni che, nei primi anni ’90, calarono in capo al gruppo dirigente della FIM CISL di Milano per non essersi adeguato al nuovo corso della “Concertazione Sociale”.
Sin da subito, abbiamo messo in luce che smobilitare la classe lavoratrice, cancellare la democrazia dai luoghi di lavoro per trasferirla in mano ad un consorzio consociativo, eliminare la Scala Mobile ed articolare un sistema contrattuale inefficace sarebbe servito ad introdurre maggiore precarietà, frammentando i lavoratori e favorendo i processi di ristrutturazione delle imprese.
Proprio con l’intento di ricostruire un vincolo di rappresentanza reale tra lavoratori ed organizzazioni sindacali abbiamo elaborato, da tempo, una Proposta di Legge Democratica sulla Rappresentanza Sindacale e sull’Efficacia dei Contratti.
La proposta è molto semplice e si articola su due piani fondamentali: il primo prevede l’introduzione di elezioni libere e democratiche per designare i rappresentanti sindacali, garantendo a tutte le associazioni sindacali o comitati di lavoratori la libertà di promuoverne l’indizione in ogni luogo di lavoro, con la supervisione dell’Ispettorato del lavoro per impedire brogli.
A queste elezioni potranno partecipare tutte le liste che dimostrino, tramite raccolta firme, di avere almeno il 3% di consenso nell’unità produttiva, e i rappresentanti sindacali eletti – con un sistema elettorale proporzionale – saranno coloro che potranno non solo godere dei diritti previsti dallo Statuto dei Lavoratori (indizione di assemblea retribuita, affissione in bacheca, promozione di un referendum ecc…), ma anche gli unici legittimati a esercitare il potere di negoziare le condizioni di lavoro e ogni altra questione attinente all’attività lavorativa, concernente quindi i contratti collettivi di lavoro;
il secondo piano, riguarda invece l’esercizio della contrattazione.
L’obiettivo è quello di creare un sistema di democrazia partecipativa e diretta, in cui il basso vincola l’alto, un po’ come funzionava nei Consigli di Fabbrica. Sono le rappresentanze sindacali elette che, riunite nei loro coordinamenti di livello aziendale o settoriale, eleggeranno al loro interno i delegati che parteciperanno alla contrattazione collettiva nazionale aziendale o di categoria, affiancati dalle organizzazioni sindacali individuate come rappresentative sulla base di un criterio oggettivo e cioè il livello di consenso ottenuto dalle loro liste nelle elezioni dei rappresentanti.
È una modalità che rivoluzionerebbe il sistema della rappresentanza sindacale in Italia. Il sindacato diventerebbe rappresentativo in quanto votato dai lavoratori e non perchè “riconosciuto” da aziende e padronato grazie a reciproche concessioni. Inoltre, le aziende e le associazioni datoriali dovrebbero contrattare solo con i rappresentanti ed i sindacati eletti dai lavoratori.
LE ESPERIENZE DI FRANCIA E USA
Ma è davvero così rivoluzionario ciò che proponiamo? In realtà no, dato che la stragrande maggioranza dei paesi ad economia avanzata ha una legge sulla rappresentanza sindacale.
Proprio le dinamiche di crescita del conflitto sociale in alcuni di questi paesi, possono trovare una spiegazione nel fatto che il sindacato – inteso come strumento di organizzazione dei lavoratori per contrattare condizioni economiche e normative sempre più avanzate – sta giocando un ruolo di primissimo piano perchè sta “usando” queste leggi per radicarsi e diffondersi in aziende e settori strategici, imponendo al contempo ai datori di lavoro di dover contrattare con le organizzazioni elette dai lavoratori e non con surrogati “gialli”.
Il primo caso emblematico è la Francia, dove vige un sistema di rappresentanza a due canali.
Il Comité d’Entreprise viene eletto nelle varie unità produttive e ha diritti di informazione e consultazione mentre i Délégues Sindicaux si occupano della contrattazione collettiva e possono essere nominati dai sindacati rappresentativi, ovvero quelli che abbiano ottenuto l’8 o il 10% in particolari elezioni di unità produttiva, di gruppo o di settore. Il datore di lavoro è tenuto a convocare questi delegati e a trattare secondo buona fede.
Non è un caso che il sindacato di lotta sia una realtà sempre più diffusa nelle aziende: per esempio, nell’intero gruppo Amazon, il primo sindacato a livello nazionale è Solidaires, uno dei più combattivi.
Inoltre, in Francia, i sindacati non gestiscono alcun apparato di servizi e per questo i tassi di iscritti sono più modesti rispetto all’Italia, ma nonostante ciò sono stati in grado – in virtù della loro credibilità rivendicativa e della costruzione di un’unità che parte dai luoghi di lavoro – di organizzare mastodontici scioperi generali, continui picchetti alle rotonde, nei supermercati o nelle aziende dei settori strategici, per frenare le ultime contro-riforme del mercato del lavoro e delle pensioni che hanno cercato di ricalcare – non riuscendoci pienamente grazie all’opposizione dei lavoratori – il Jobs Act e la Fornero nostrani.
L’unità intersindacale che vede la CGT in stabile alleanza con i sindacati di base – costringendovi all’adesione in alcuni momenti anche le organizzazioni più moderate – ha saputo persino dare un valido contributo alla spallata contro l’avanzata elettorale della Le Pen.
Il secondo esempio sono gli USA in cui il 30% dei dipendenti di una unità produttiva deve sottoscrivere una apposita petizione ed inviarla al National Relations Labour Board (NRLB) un ente indipendente che ha il compito di controllare il rispetto del diritto del lavoro e di indire le elezioni sindacali.
L’NRLB organizza le elezioni nell’azienda e se quel sindacato raggiunge il 50%+1 dei consensi tra i dipendenti per la sua costituzione, diventa l’unico agente contrattuale per il datore di lavoro.
Proprio in questi ultimi anni, l’amministrazione Biden – considerando il rilancio della contrattazione collettiva come un elemento cardine all’interno della Bidenomics, la sua politica di sviluppo economico e di riduzione delle diseguaglianze – ha lavorato per rafforzare i poteri di questo ente di fronte ai tentativi di boicottaggio posti in essere dalle aziende.
Tramite l’utilizzo di questa legge sulla rappresentanza, stiamo assistendo ad una straordinaria diffusione del radicamento del sindacato in numerosissimi settori e aziende e di una conseguente ripresa del conflitto di classe: dall’automotive con lo sciopero dello UAW durato più di un mese contro le Big Three, per passare all’hotelerie con gli scioperi nell’intera città di New York, nella ristorazione in Starbucks, nella logistica in Amazon, tra gli infermieri, nell’areonautica con 30.000 lavoratori della Boeing attualmente in sciopero, persino tra i lavoratori delle Università e di Hollywood.
Il duo democratico Harris-Waltz, per ottenere il sostegno elettorale delle Unions, sempre più rilevante tra i lavoratori di molti Stati chiave, ha dovuto garantire che tra le prime misure del loro governo ci sarà l’approvazione del Protecting the Right to Organize ACT (Legge per proteggere il diritto di organizzarsi sindacalmente) che introdurrebbe un sistema simile al nostro articolo 28 dello Statuto dei Lavoratori (sanzionamento di condotte antisindacali) per impedire al datore di lavoro di organizzare riunioni obbligatorie per disincentivare – cioè minacciare – i dipendenti dal votare a favore dell’entrata del sindacato in azienda.
IN CONCLUSIONE
Da tempo sosteniamo che se vogliamo provare ad invertire la tendenza neoliberista che da oltre quarant’anni sta producendo impoverimento dei salari, privatizzazione del welfare state e precarizzazione dei diritti vitali, dobbiamo provare a riaprire una vera dinamica conflittuale di classe nel nostro paese rilanciando la contrattazione collettiva intesa come strumento per acquisire diritti economici e normativi sempre più avanzati da parte dei lavoratori.
Diventa quindi essenziale partire dalla ricostruzione di un sistema di rappresentanza reale nei luoghi di lavoro, consentendo ai lavoratori di eleggere quali rappresentanti sindacali e quali sindacati possono accedere alla contrattazione con le aziende, eliminando l’attuale monopolio garantito a CGIL – CISL – UIL con i suoi vincoli determinati dai protocolli della “Concertazione Sociale”.
L’Italia sta diventando sempre di più fanalino di coda tra le economie avanzate, lo ha confermato l’ultimo recentissimo rapporto dell’Ocse secondo cui le retribuzioni sono calate del 7% rispetto ai dati pre-pandemia.
Una sinistra che voglia tornare a battersi per le ragioni del mondo del lavoro e del socialismo, quindi, non può che ripartire avendo come orizzonte, di medio periodo, queste due stelle polari: dare reale attuazione all’articolo 36 della Costituzione, con introduzione del salario minimo e ripristino della Scala Mobile, e all’articolo 39, con una Legge Democratica sulla Rappresentanza Sindacale e sull’Efficacia Obbligatoria dei Contratti Collettivi.
- P. Tiboni, Il coraggio di volare. La Cub: venticinque anni di storia del sindacato di base, Guerini e Associati, 2016
- Studio dell’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche (INAPP) del 23.01.2024.
- Particolarmente emblematici sono i casi del CCNL Multiservizi, nato come contratto delle pulizie, ma che in virtù di una ampissima declaratoria può essere applicato anche in settori industriali; oppure il CCNL Servizi Fiduciari i cui salari da fame sono stati dichiarati incostituzionali dalla Corte di Cassazione.
- M. Donato, Impoverimento reale e cause immaginarie, 3/10/2018, Università di Teramo.