Dopo i referendum, tornare alla lotta sociale!

Non si spostano rapporti di forza alle urne se non li si costruisce nella società. Un referendum senza conflitto sociale rimane simbolico.

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Quando un sindacato che dichiara oltre 5 milioni di iscritti lancia una campagna referendaria nazionale, ci si aspetta che lo faccia con consapevolezza, forza e radicamento. E invece, la sconfitta netta registrata nelle urne ci consegna una verità amara: la CGIL, e più in generale la “triplice” CGIL, CISL, UIL, ha smarrito da tempo la capacità di guidare realmente il mondo del lavoro.

I 13 milioni di raccolti non sono irrilevanti. Ma senza un vero conflitto sociale, senza scioperi, mobilitazioni, assemblee nei luoghi di lavoro, un referendum è solo un esercizio simbolico. Non si possono spostare rapporti di forza nelle urne, se prima non li si costruisce nella società.

Storicamente, i referendum popolari sono stati vincenti solo quando legati a grandi movimenti reali, come quello sul divorzio del 1974 e quello per l’acqua pubblica nel 2011. Al contrario, oggi si è sostituita la lotta con l’appello istituzionale. Persino le parole di Landini lo confermano: “Non siamo in Parlamento, per noi il referendum è l’unico strumento per cambiare qualcosa”. Una dichiarazione disarmante, che mostra la rinuncia agli strumenti fondamentali del conflitto sociale, a partire da scioperi veri, non rituali, e da vertenze serie, che richiedono tenacia e coraggio.

Nel frattempo, il governo Meloni e il padronato avanzano senza ostacoli, sfruttando proprio il vuoto di opposizione reale. Confindustria detta l’agenda economica, e il governo la esegue. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: più precarietà, salari stagnanti, attacco al diritto di sciopero, smantellamento della sanità pubblica.

I dati parlano chiaro:

  • In Italia ci sono 3,5 milioni di lavoratori poveri

  • Ogni giorno, 3 lavoratori muoiono sul lavoro

  • I salari medi sono fermi da trent’anni

  • I contratti collettivi vengono rinnovati con anni di ritardo, spesso con aumenti inferiori all’inflazione.

Intanto, il governo Meloni spende oltre 40 miliardi per le armi e il riarmo, mentre la Sanità pubblica è al collasso e milioni di cittadini rinunciano a curarsi.

A fronte di questa realtà, la risposta dei sindacati confederali è stata firmare contratti umilianti, come quello della Sanità, che offre aumenti ridicoli e nessuna risposta sullo stress lavoro-correlato, sulla carenza di organici e sulle condizioni delle lavoratrici.

La sconfitta nei referendum non deve tradursi in rassegnazione. Deve invece aprire una fase nuova: è il momento di rilanciare un sindacalismo conflittuale, indipendente, radicato nei luoghi di lavoro, capace di difendere davvero chi oggi è schiacciato tra bassi salari, carichi di lavoro insostenibili e precarietà cronica.

Abbiamo sostenuto con convinzione i 5 sì, perché anche una sconfitta dignitosa è meglio dell’inazione. Ma ora non possiamo aspettare né i tribunali né le urne. Serve una nuova stagione di lotte, quotidiane, concrete, condotte da chi lavora, non da chi si accontenta di tavoli e mediazioni.

Le occasioni per ripartire ci sono. A cominciare dallo sciopero generale del 20 giugno, contro il genocidio di Gaza e contro le politiche di guerra e riarmo che colpiscono i lavoratori due volte: come contribuenti e come vittime sociali di un sistema che toglie al welfare per spendere in armi.

La partita non è finita. Ma va giocata in campo, non nei salotti istituzionali. È tempo di ricostruire un fronte sociale ampio, combattivo, autonomo, capace di resistere e di avanzare. Per un salario dignitoso, per la sicurezza, per la sanità e la scuola pubbliche, per la pace, per il diritto di scioperare e per la dignità del lavoro.

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